Copertina del libro L'ultimo re di Napoli di Gigi di Fiore allegato a Il Giornale di Milano

Il libro “L’ultimo re di Napoli” di Gigi Di Fiore allegato a “Il Giornale”

Francesco II di Borbone divenne re delle Due Sicilie nel 1859 quando aveva solo ventitré anni. Fu il sovrano cui spettò l’ingrato compito di fronteggiare la spedizione dei Mille. Non era preparato per affrontare una minaccia di tale portata. In essa confluivano idealismo, interessi espansionistici da parte della dinastia dei Savoia e volontà delle potenze straniere di sopraffare, in un modo o nell’altro, il regno dei Borbone. Queste diverse istanze trovarono un punto di incontro nei piani insurrezionali approntati dalle società segrete, le quali giocarono un ruolo determinante nella preparazione e nella realizzazione della spedizione di Garibaldi.

La massoneria era presente nel Regno delle Due Sicilie e aveva innervato soprattutto gli ambienti degli ufficiali dell’esercito. Civiltà Cattolica (Anno 55° – 1904, VOL. I., p. 40) sottolineava che l’introduzione della massoneria nel regno dei Borbone fosse da far risalire al periodo della monarchia di Murat quando gli ufficiali francesi avevano cominciato a propagare questa associazione a base iniziatica.
Dopo che Garibaldi fu sbarcato a Marsala l’11 maggio 1860, il giovane sovrano dei Borbone si mostrò titubante, insicuro, incerto. Si affidò ai suoi generali, tuttavia parecchi dei suoi ufficiali erano in contatto con ambienti massonici. Questa circostanza rese possibile accordi tra membri dell’esercito del Regno delle Due Sicilie ed i capi delle Camicie Rosse per facilitare l’avanzata di Garibaldi.
Il giovane sovrano non aveva la malizia e la determinazione di suo padre Ferdinando II e la campagna militare dell’esercito borbonico per ostacolare l’avanzata di Garibaldi si rivelò disastrosa. Le Camicie Rosse costituivano un esercito eterogeneo, formato da manipoli di idealisti, da picciotti, da soldati di altri Stati che erano entrati nel corpo di spedizione di Garibaldi grazie a dei sotterfugi, indossando la casacca rossa. Non rappresentavano un’armata imbattibile. L’esercito delle Due Sicilie sarebbe stato in grado di sgominarle e disperderle affrontandole in campo aperto, in una battaglia campale.
Il risultato dei tentennamenti, dell’atteggiamento rinunciatario dell’esercito borbonico, di incomprensibili ritardi e ritirate, fu l’avanzata delle Camice Rosse sino alle porte di Napoli. Francesco II allora – anche per risparmiare gli orrori della guerra alla capitale del suo regno – preferì ritirarsi su una linea difensiva che si trovava più a nord, attestandosi su un fronte che andava da Capua ed arrivava sino al Garigliano.
Intanto tra il settembre e l’ottobre del 1860 i Piemontesi erano scesi lungo la Penisola sul versante orientale. Attraversando lo Stato Pontificio, poi sbucando a nord del Matese ed attraversando Venafro, si erano incontrati con i Garibaldini. L’accerchiamento della piazzaforte di Capua offrì l’occasione per l’avvicendamento. Le Camicie Rosse uscirono di scena ed i Piemontesi presero il loro posto ed agli inizi di novembre del 1860 portarono a compimento l’assedio. Le truppe borboniche si rifugiarono allora nella fortezza di Gaeta dove, con a capo il re Francesco II, tentarono un’ultima strenua resistenza.


L’Assedio di Gaeta

Il sovrano borbonico confidava in un intervento di una potenza amica, soprattutto dell’Austria, o che Napoleone III in qualche modo potesse fornire aiuto alle proprie truppe. Sperava che potesse accadere qualcosa che fosse in grado di capovolgere l’esito del confronto ma questo non avvenne. La Francia si limitò a tenere le sue navi nel porto di Gaeta per evitare che i Piemontesi potessero realizzare un blocco navale, asfissiando in questo modo i militari borbonici asserragliati all’interno della fortezza. Il generale piemontese Cialdini, intanto, si era organizzato per portare a termine in maniera metodica l’assedio. Aveva preparato accuratamente tutte le postazioni creando un parco d’assedio ed un centro di comando da cui diramare i suoi ordini. Per il bombardamento della fortezza di Gaeta utilizzò i cannoni Cavalli che avevano la rigatura interna. Permettevano ai proiettili di avere una traiettoria precisa ed un tiro più lungo e quindi di essere più efficaci. La maggior gittata dei cannoni sabaudi davano l’opportunità agli artiglieri di Cialdini di restare fuori dalla portata dei cannoni degli assediati. I colpi borbonici spesso non riuscivano neppure a raggiungere le postazioni dei Piemontesi.
A gennaio del 1861 la Francia decise di togliere le proprie imbarcazioni dal porto di Gaeta. Entrarono quindi in rada le navi piemontesi dell’ammiraglio Persano. Il destino di Francesco II e delle sue truppe era ormai segnato. Sarebbe stata solo questione di tempo. A loro spettava il compito di difendere la bandiera e quindi l’onore, di combattere sino alla fine. L’esito era certo. Non ci sarebbe stata più la possibilità di capovolgere la situazione, di riuscire a riprendere l’iniziativa.
Cialdini aveva urgenza di far cadere la fortezza prima che si riunisse il primo parlamento italiano, eletto tra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio del 1861, quindi intensificò le operazioni militari. Al rinnovato zelo dell’esercito piemontese, si aggiunse una terribile epidemia di tifo che mieté numerose vittime tra i soldati borbonici. Anche in seguito all’esplosione di alcune polveriere, i borbonici furono costretti alla fine ad arrendersi alle truppe sabaude.
Francesco II lasciò la fortezza di Gaeta. Lo fece a testa alta, dopo aver combattuto in modo coraggioso, avendo mostrato il suo valore e la sua determinazione. L’assedio di Gaeta riscattò la figura di Francesco II. Aveva imparato proprio in quell’occasione a fare il re, a prendersi le proprie responsabilità ed a guidare le proprie truppe.
Pur non avendo mai smesso di essere il punto di riferimento dei suoi soldati, questa presa di coscienza era arrivata tardi e non gli permise di evitare la conquista del regno ad opera di Vittorio Emanuele II.
Quando l’assedio di Gaeta fu terminato, Francesco II di Borbone, la regina Maria Sofia, i ministri, i principi e le persone che erano a loro più vicine salirono su una nave francese, la Mouette, messa a disposizione da Napoleone III. La nave approdò nel porto di Terracina dove Francesco II fu accolto dal Cardinale Antonelli. Andò ad abitare a Roma nel palazzo del Quirinale, ospite di papa Pio IX, in attesa che fossero conclusi i lavori di ristrutturazione di palazzo Farnese – dove attualmente è ubicata l’ambasciata di Francia – che era di proprietà dei Borbone.

L’esilio

Durante l’esilio romano, la regina Maria Sofia fece diversi viaggi. Si recò in Baviera a far visita ai genitori e in Austria per incontrare sua sorella, la principessa Sissi, ma Francesco II per quasi 10 anni non si mosse dalla Città Eterna. Decise di far visita ai genitori della regina solo quando Maria Sofia rimase incinta. Insieme alla consorte, andarono nella terra natale di lei dove ebbero modo di intrattenersi con la madre di Maria Sofia e col padre Massimiliano. Poi la coppia reale ritornò a Roma dove nacque la loro figlia Maria Cristina Pia. La bambina purtroppo fu affidata ad una tata inglese la quale – col proposito di renderla resistente e forte – se ne prese cura adottando metodi spartani. Per rendere la sua costituzione florida, la immergeva in acqua fredda e poi lasciava che si asciugasse esposta al sole. In questo modo, secondo le teorie bislacche della tata, la bambina sarebbe cresciuta forte e robusta. Maria Cristina Pia morì dopo tre mesi – a fine marzo 1870 – per bronchite e forse polmonite. La morte della piccola rappresentò una perdita grave per Francesco II e la moglie i quali, dopo qualche settimana, lasciarono definitivamente Roma, città che fu conquistata dai Savoia nel settembre dello stesso anno con l’apertura di una breccia a Porta Pia.
Francesco II girovagò per l’Europa. Si recava in Francia, in Baviera ed in Austria. Compiva questi viaggi regolarmente poiché si era ammalato di diabete ed i medici gli avevano consigliato di frequentare località termali. Soggiornò a Vichy in Francia, a Karlsbad in Baviera e ad Arco di Trento in Austria. Proprio qui, ad Arco di Trento, morì il 27 dicembre 1894.

La memoria

Dopo la nascita del Regno d’Italia il 17 marzo 1861, la figura di Francesco II scompare. È come se la storia avesse smesso di considerare rilevante la sua vicenda umana. Effettivamente, per la grande storia – quella con la esse maiuscola – l’unità d’Italia si era compiuta e questo è il dato rilevante ed essenziale. Nei libri di storia si parla della spedizione di Garibaldi, dello sbarco a Marsala, delle grandi battaglie di Calatafimi e del Volturno, poi dell’incontro dell’Eroe dei Due Mondi con Vittorio Emanuele II e Teano e quindi del compimento dell’unificazione politica della penisola italiana. L’assedio di Gaeta non viene neppure citato. Di Francesco II se ne perdono le tracce ed egli diventa irrilevante sullo scacchiere politico internazionale. Il periodo dell’esilio sono invece gli anni in cui emerge la grandezza dell’uomo. Viene fuori il suo carattere, la sua determinazione, il vigore del suo animo e la sua profonda fede.
È attualmente in edicola con una nuova copertina – allegato a Il Giornale di Milano nella collana “I protagonisti” – il libro “L’ultimo re di Napoli. L’esilio di Francesco II nell’Italia dei Savoia” di Gigi di Fiore (pubblicato per la prima volta nell’autunno del 2018). Il libro fa luce proprio su questo periodo poco conosciuto. Francesco II non appare più come “Franceschiello”, quella figura macchiettistica che fa rima con “Masaniello”, quasi a rappresentare lo stereotipo di napoletano inconcludente, fanfarone, incapace, che fa tante chiacchiere, che fa tanta ‘mmuina ma che alla fine non riesce ad ottenere risultati concreti. Il sovrano dei Borbone emerge invece come una figura possente, dotata di virtù cristiane – quali la pazienza, l’umiltà, la fortezza – che, anche se in esilio, restò tenacemente il punto di riferimento di una famiglia ormai allo sbando, messa in ginocchio dagli esiti esiziali della guerra contro i Garibaldini ed i Piemontesi. Nello scombussolamento che la perdita del regno provocò, Francesco II accettò il suo destino con la consapevolezza di aver fatto ciò che era umanamente giusto e possibile per non venire meno ai suoi doveri. La figura che viene fuori non è quella di un perdente. Nella catastrofe appare come un eroe, discreto e modesto, che affronta con dignità la disfatta, il dolore e l’esilio.
Francesco II sopportò cristianamente tutto il peso della sconfitta, i lutti e la rovina e le responsabilità che gli derivavano dalla sua condizione di ex sovrano delle Due Sicilie e continuò ad essere a capo di una famiglia che aveva regnato su una parte importante della nostra penisola.

Virtù cristiane

Francesco II era molto religioso ed andava a messa regolarmente. Era anche una persona umile e schiva. Quando frequentava Arco di Trento, non si presentava come Francesco II di Borbone ma si faceva chiamare semplicemente Signor Fabiani.
La madre di Francesco II è Maria Cristina di Savoia, beatificata dal cardinale Crescenzio Sepe il 25 gennaio 2014 nella basilica di Santa Chiara di Napoli, dove riposano le sue spoglie insieme a quelle dello stesso Francesco II, della regina Maria Sofia e della loro figlioletta Maria Cristina Pia.
È notizia recente l’apertura della causa di canonizzazione per Francesco II di Borbone. Nel dicembre 2020 il cardinale Crescenzio Sepe ha dato avvio alla fase iniziale del processo canonico mentre nel settembre 2021 il nuovo Arcivescovo di Napoli mons. Domenico Battaglia ha avviato le fasi preliminari della causa.
Francesco II di Borbone attualmente è riconosciuto dalla Chiesa come Servo di Dio. È da menzionare il compianto don Massimo Cuofano che con passione profuse il suo impegno affinché fossero riconosciute le virtù cristiane del sovrano borbonico. Oggi esiste la Fondazione Francesco II delle Due Sicilie a continuare l’opera di don Massimo Cuofano e – tra l’altro – si occupa di raccogliere ulteriori testimonianze e prove della devozione e delle virtù cristiane dell’ultimo sovrano delle Due Sicilie.

Gaetano Ferrara