Fausto Di Maria è nato a Santa Croce del Sannio nel 1938. Negli anni ‘40 e ‘50 l’economia del borgo era prettamente agricola e Di Maria trascorse l’infanzia e la prima giovinezza in un contesto rurale, dove le giornate si alternavano tutte uguali e venivano cadenzate dal ritmo incessante dei lavori agricoli. I rituali diurni si ripetevano immutabili – come avveniva da secoli – e l’orizzonte esistenziale era rappresentato dal tragitto compiuto per raggiungere i campi da coltivare, dalle cerimonie e dalle festività religiose, dai luoghi familiari del paese – la fontana, la piazza, la chiesa, la taverna – e dalle persone che facevano parte della quotidianità di ognuno. In casa c’era il focolare, il forno e le provviste che rappresentavano le risorse irrinunciabili di ogni famiglia e intorno ai quali si svolgeva la vita domestica.
All’età di ventidue anni – nel 1960 – Di Maria abbandonò Santa Croce e partì per il Nord Italia proprio negli anni del boom, in pieno miracolo economico, facendosi sedurre dall’idea di poter cambiare vita, attratto dalle opportunità di lavoro che venivano offerte dal settore industriale in piena espansione.
Pur essendosi trasferito in un’altra zona della Penisola, col passare del tempo è ritornato innumerevoli volte a ripercorrere nei ricordi i luoghi della propria adolescenza. Ha compiuto viaggi interiori che lo hanno portato a riattraversare le strade, le piazze, a incrociare le persone che abitavano le case del paese di origine, seguendo le tracce indelebili che quel piccolo borgo aveva vergato nel proprio animo. In questi vagheggiamenti il suo spirito trovava ristoro e si rinfrancava, anche se attraversato da una venatura di nostalgia e col rammarico di aver lasciato i luoghi e la gente che amava.

Fausto Di Maria ha riversato queste suggestioni e questi stati d’animo su carta e ne ha tratto una raccolta di componimenti in versi che riportano alla memoria individui ed eventi, abitudini e usanze, con un’afflizione che non trova approdo per la consapevolezza che quello schietto mondo contadino è andato perduto per sempre.
Angela Zeoli mi parlò di questo libro. Riguardo alle poesie che vi sono contenute, mi disse, con una semplicità disarmante da cui trapelava autentico stupore: «Sono belle…!».
Devo dire che belle lo sono per davvero! I componimenti di Di Maria riescono a rievocare atmosfere, a riportare alla mente immagini e sensazioni, suggestioni intime e ineffabili. Sono in grado di parlare senza dire. Vi è quel silenzio che mormora tra un verso e l’altro e che è ricco di sospiri, di sguardi, di sapori, di attesa e aspettativa. Tra una parola e la successiva scaturisce la scintilla che illumina una pupilla, il palpito che fa fremere le carni, il tocco delicato che si posa sui capelli come un alito di vento e si confonde con la reminiscenza della lieve carezza elargita da una persona cara.
È un viaggio interiore ma anche nel passato. Di Maria diventa un crononauta e allo stesso tempo compie un tragitto a ritroso nel senso, alla ricerca di ciò che è fondamentale, di tutto quello che rappresentava l’essenziale nella vita grama delle popolazioni dei piccoli centri agricoli del Sud Italia.

Il testo è una rivisitazione, un ripercorrere ogni vicolo, ogni piazza, è la contemplazione della maestà della fontana, un rivivere gli usi e i costumi di quell’ambiente rurale e agreste che a tratti assume caratteri bucolici. I suoi versi hanno questa caratteristica: conservano il carattere schietto di ciò che arriva da un mondo genuino.
I componimenti sono scritti in dialetto santacrocese che non si limita a essere un mezzo espressivo ma assume una valenza ermeneutica perché diventa strumento in grado di penetrare a fondo nella realtà di quel mondo arcaico scomparso irrimediabilmente, l’unico scandaglio capace di cogliere e riproporre le sensazioni e le emozioni che quell’universo riusciva a suscitare.
Il testo si chiude con una raccolta di proverbi tramandati da generazioni in cui è sedimentata la saggezza antica.
Il libro è stato recuperato dall’associazione Giuseppe Maria Galanti APS in quanto testimone della storia del borgo dell’Alto Sannio. È patrimonio dell’intera comunità e con l’intento di preservarlo, l’associazione ne ha curato la ristampa.
Gaetano Ferrara

