Recensione del libro “Gli ultimi giorni di Gaeta” di Gigi Di Fiore

Gli ultimi giorni di Gaeta di Gigi Di Fiore

Il libro “Gli ultimi giorni di Gaeta” è dedicato ad eventi della storia d’Italia che per decenni sono restati celati, accuratamente tenuti fuori dai testi scolastici. Vi sono narrate le vicende dell’eroica difesa di Gaeta, una delle ultime roccaforti borboniche – insieme a quella di Civitella del Tronto e della Cittadella di Messina – a resistere all’Esercito Piemontese dopo l’invasione della “Bassa Italia”.


Il 6 settembre 1860 il re Francesco II di Borbone aveva lasciato Napoli per risparmiare lutti e rovine alla capitale del suo regno e si era spinto a nord, verso Caserta ed ancora più su, attestandosi su una linea di difesa rappresentata dalla fortezza di Capua e dal Volturno, per affrontare da quella posizione vantaggiosa ed in campo aperto le truppe garibaldine. Ci furono schermaglie e scontri e poi vere e proprie battaglie in cui, oltre a rendersi evidenti la mancanza di coordinamento e probabilmente i dissidi tra gli alti comandi dell’esercito del Regno delle Due Sicilie, venne fuori anche il grande cuore dei soldati borbonici che si distinsero in più di un’occasione, dimostrando grande attaccamento alla causa del loro sovrano legittimo.

A Capua i Piemontesi provenienti da nord si ricongiunsero ai Garibaldini dando loro manforte nell’assedio della fortezza e successivamente li scalzarono, prendendo il controllo di ogni iniziativa militare contro l’esercito borbonico che intanto era arretrato, attestandosi su una nuova linea di difesa rappresentata dal Garigliano. Il superamento di quest’ultimo ostacolo naturale valse ai Piemontesi la possibilità di dilagare nelle terre che si estendevano per poco più di una mezza dozzina di miglia sino a Gaeta, la formidabile fortezza dove il sovrano legittimo delle Due Sicilie avrebbe tentato un’ultima strenua difesa. A metà novembre del 1860 l’assedio ebbe inizio.
La roccaforte di Gaeta era dotata di valide batterie di cannoni ma ad essi si contrapponevano quelli rigati, dalla maggiore gittata e dal tiro più preciso – la cui invenzione è da attribuirsi al generale torinese Giovanni Cavalli – che permettevano ai Piemontesi del generale Cialdini di colpire la fortezza di Gaeta da parchi d’assedio collocati, in parte, fuori dalla portata delle bocche da fuoco dell’artiglieria borbonica. Nonostante la geniale invenzione di un torchio per rendere rigati i cannoni delle batterie della fortezza, dovuta al colonnello Vincenzo Afan de Rivera, il divario tra le artiglierie degli assedianti e degli assediati si rivelò incolmabile.
Il re Francesco II resistette per tre mesi con al proprio fianco la consorte Maria Sofia che dimostrò in più di un’occasione sprezzo del pericolo ed un orgoglio che solo la piena consapevolezza della legittimità delle proprie prerogative dinastiche poteva alimentare.
I sovrani speravano in un intervento armato dell’Austria e magari della Prussia e contavano sull’appoggio della Spagna, della Russia, della Baviera e della Sassonia, confidando inizialmente anche in un intervento dal carattere non ben definito di Napoleone III, col quale il re e la regina delle Due Sicilie continuavano ad intrattenere una corrispondenza epistolare.
Abbandonata la velleitaria idea di promuovere una spedizione in Calabria per cercare di innescare una rivolta o organizzare un esercito di popolo che potesse prendere alle spalle gli assedianti, inorgogliti da coraggiose sortite fuori dalle mura della fortezza, gli assediati borbonici attendevano l’evolversi delle vicende continuando a sperare in un intervento straniero che tuttavia, col passare del tempo, appariva sempre più improbabile.
La svolta avvenne con la scelta di Napoleone III, dopo il fallimento dell’ennesima trattativa tra Piemontesi e governo borbonico, di far allontanare dal porto di Gaeta le proprie navi che fino a quel momento avevano impedito l’ingresso in porto delle cannoniere sabaude. Il 19 gennaio 1861 le imbarcazioni francesi si allontanarono da Gaeta e lasciarono che i Piemontesi potessero realizzare un blocco navale per strozzare gli assediati. Cominciarono tremendi cannoneggiamenti da terra e dal mare in cui, tuttavia, le cannoniere del vice ammiraglio Persano non si distinsero per valore. Contemporaneamente l’epidemia di tifo, che serpeggiava nella fortezza di Gaeta già da settimane, cominciò a diffondersi con maggiore celerità assumendo proporzioni non più controllabili.
Il 4 febbraio una cannonata piemontese centrò il deposito di munizioni “Cappelletti” dando fuoco a 180 chili di polvere da sparo. Il giorno successivo i cannoni di Cialdini centrarono il deposito di polveri della “batteria a denti di sega Sant’Antonio” innescando l’esplosione di 7.000 chili di polvere da sparo. Il 13 febbraio, infine, proprio mentre le trattative per la resa stavano giungendo a conclusione e venivano limati gli ultimi particolari dell’accordo, i cannonieri piemontesi centrarono la batteria Transilvania dov’erano stipati 18.000 chili di polvere da sparo, oltre a centinaia di proiettili. Un’ultima inutile strage che poteva essere evitata, dovuta soltanto dalla prepotenza di Cialdini che non volle sospendere i bombardamenti, nonostante l’evidente impossibilità dei soldati borbonici di continuare nella difesa e l’approssimarsi della definitiva resa della piazzaforte.
Le ultime due esplosioni avevano devastato la fortezza di Gaeta mentre il tifo impietoso continuava a mietere vittime in numero crescente. In questa insostenibile situazione, Gaeta capitolò. Avvenne qualche giorno prima che si riunisse il primo parlamento eletto nell’Italia unita, com’era nei piani di Cialdini. Fu scongiurato in tal modo il temuto assalto alla baionetta della fanteria piemontese attraverso le brecce aperte dall’artiglieria che sarebbe avvenuto prima del fatidico appuntamento istituzionale, per sgombrare i territori conquistati dall’imbarazzante presenza dei legittimi sovrani delle Due Sicilie.
Il giorno successivo all’esplosione della batteria Transilvania, il 14 febbraio 1861, Francesco II e Maria Sofia salirono sulla nave “Mouette”, messa a disposizione da Napoleone III, e si diressero verso il porto di Terracina, nello Stato Pontificio, da dove iniziò il loro esilio.
Il libro di Gigi di Fiore è un vero gioiello. E’ avvincente, piacevole da leggere e tutto da gustare. Lo stile è elegante e scorrevole. E’ scritto con accuratezza e la ricostruzione delle vicende è arricchita da una corposa documentazione, com’è nel costume dell’Autore, denotando grande rispetto per il lettore. Questo testo, tuttavia, ha qualcosa in più rispetto agli altri libri di Gigi di Fiore. Non è semplicemente un saggio. Vengono rispettate, in senso lato, un’unità d’azione (perché tutto si incentra sull’episodio storico rappresentato dalla difesa e dalla capitolazione della fortezza di Gaeta), un’unità di luogo (le vicende avvengono nella cittadella di Gaeta e nelle immediate vicinanze) e, se vogliamo, una sorta di unità di tempo poiché le vicende dell’assedio si svolgono nell’arco di una stagione, pressappoco di quel rigido inverno a cavallo tra il 1860 e il 1861.
Il testo ha il fascino di una tragedia con tratti di epopea, in cui il valore ed il coraggio profuso si dimostrano inefficaci nei confronti delle soverchianti forze del nemico ed in cui, nonostante la chiara consapevolezza della futura prossima sconfitta, si continua a combattere contro il Fato avverso: i soldati per tenere fede ad una promessa fatta al proprio sovrano e perché animati dal senso di appartenenza ad una antica nazione; il re e la regina per non esautorare i propri ruoli, per nutrire ancora la speranza di ritornare un giorno sul trono delle Due Sicilie.