Recensione del libro “La Nazione Napoletana” di Gigi Di Fiore

La Nazione Napoletana di Gigi Di Fiore

Ho fatto trascorrere molti mesi dalla pubblicazione del libro di Di Fiore (in libreria dal 28 aprile) prima di scrivere questa recensione perché, leggendo quelle scritte da altri (hanno parlato del libro uomini di cultura e giornalisti illustri), percepivo un senso di incompletezza, come se non fosse stata resa giustizia al lavoro portato a termine dall’Autore. Avevo necessità di capire l’origine di questa sensazione. Mi sono poi reso conto che quasi mai l’evento della pubblicazione del volume di Di Fiore era stato contestualizzato, cioè inserito nell’ambito della sua più ampia produzione, volta a riscrivere la storia del processo politico-militare e diplomatico che portò all’unificazione politica della nostra Penisola. Ho pensato perciò che una recensione del libro “La Nazione Napoletana” non potesse esimersi dal tener conto dei lavori che lo hanno preceduto.

I. Controstoria dell’Unità d’Italia

Ci hanno insegnato che nel XIX sec. alcuni eroi romantici, in uno slancio di passione patriottica, avevano fatta propria la missione di far nascere uno stato-nazione chiamato Italia, magari con una forma di governo repubblicana, che potesse unificare politicamente tutti i territori della Penisola. Attraverso il libro “Controstoria dell’Unità d’Italia” di Gigi di Fiore, abbiamo poi scoperto che l’impeto generoso degli impavidi eroi in camicia rossa era per certi versi poco più che una messa in scena, il risultato di macchinazioni che venivano da lontano. Siamo venuti a sapere che la costituzione del gruppo di volontari al seguito di Garibaldi fu resa possibile grazie alla mobilitazione di potenti logge massoniche inglesi e che la massoneria riuscì a fornire i canali di comunicazione tra Cavour e Napoleone III(1).
Abbiamo ancora scoperto che lo sbarco in Sicilia fu reso possibile dall’appoggio logistico e dalla tutela militare dell’Inghilterra, che contendeva l’isola ai Borbone per questioni prettamente economiche e commerciali nonché per considerazioni di geopolitica. Proprio a Marsala, nella Sicilia occidentale – dove avvenne lo sbarco dei Mille – vi era infatti una consistente presenza inglese che garantiva fluidità al commercio di vino, di zolfo e di stracci, questi ultimi indispensabili per assicurare continuità all’attività delle cartiere inglesi. Abbiamo quindi appreso che la fulminea avanzata di Garibaldi fu dovuta alla poco romantica e molto prosaica corruzione degli ufficiali della marina e dell’esercito borbonico. Ebbene sì: si trattava della volgare compravendita di uomini e servigi, tanto in voga anche ai nostri giorni.

II. I Vinti del Risorgimento

Allo stesso modo ci avevano raccontato che i prodi garibaldini e gli intrepidi bersaglieri sabaudi si erano presi la briga di metter fine ad un potere di origine medievale, basato sul sistema feudale, ormai esautorato dalla storia e dal progresso della civiltà, un guscio vuoto senza più legittimazione. Ci sorprendiamo quindi nel constatare – ne “I vinti del Risorgimento”, sempre di Gigi Di Fiore – che furono diverse decine di migliaia i soldati che combatterono per difendere il Regno delle Due Sicilie. Le vicende di questi combattenti, le loro imprese militari – i cinque mesi di storia che vanno dal settembre 1860 al febbraio 1861 (anche se Civitella del Tronto si arrese solo il 20 marzo) – per centocinquant’anni sono state completamente ignorate dai libri(2) in adozione nelle scuole dell’Italia unita. In tal modo si sono tenute nascoste le vicende degli uomini che avevano combattuto una guerra giusta, in difesa del loro legittimo sovrano, macchiatisi dell’unico torto d’aver perso.

III. Gli ultimi giorni di Gaeta

Ne “Gli ultimi giorni di Gaeta”, ancora di Di Fiore, abbiamo poi scoperto che i soldati del Regno delle Due Sicilie non erano il tanto vituperato “esercito di Franceschiello”, pusillanimi ed incapaci di mettere in atto strategie efficaci dal punto di vista militare, né erano mercenari stranieri pronti a disertare ed a cambiare bandiera in base all’ammontare delle offerte per i loro servigi. Al contrario, erano soldati validi, preparati e determinati, che tenevano al loro re Francesco II ed alla loro regina Maria Sofia e che con coraggio e abnegazione, sino al sacrificio della vita, combatterono per rivendicare la legittimità dei diritti dinastici dei loro sovrani. Qui le posizioni si ribaltano nuovamente perché i soldati e gli ufficiali borbonici che si difesero strenuamente nella fortezza di Gaeta rassomigliano in modo impressionante ai tanto decantati eroi romantici e si opposero con coraggio all’esercito piemontese, espressione del rampante capitalismo industriale dell’Alta Italia, incarnato dall’ostica e spigolosa personalità del generale Cialdini che di romantico non aveva proprio niente.
I soldati borbonici scelsero di combattere, nonostante tutto, per l’affermazione di un principio, per la difesa del Regno nel quale erano nati e vissuti, per proteggere il sovrano al quale avevano giurato fedeltà. Quel coraggio, quell’ostinazione a difendere l’ultimo presidio di governo borbonico, era dovuto solo all’onore militare? al sentirsi in dovere di tener fede al giuramento prestato, anche a costo della vita?

IV. La Nazione Napoletana

A quest’ultimo fondamentale interrogativo, Gigi Di Fiore risponde col suo mirabile “La Nazione Napoletana”, che sembra essere stato scritto appositamente per confutare la tesi del prof. Barbero secondo la quale l’idea ed il concetto di nazione napoletana – il senso di appartenenza ad una comunità nazionale consolidatasi nel corsi di secoli – è da considerarsi solo “un valore posticcio, invenzione di propaganda recente”.
1. Gigi Di Fiore suddivide “La Nazione Napoletana” in tre parti. Nella prima parte dal titolo “Lacrime e sangue”, dimostra che i soldati, gli ufficiali ma anche i funzionari del Regno delle Due Sicilie, furono animati dalla percezione di lottare per una causa giusta e sacrosanta. Tale determinazione non si può spiegare se non col profondo senso di identificazione in uno Stato dalla storia secolare, dalle istituzioni ben consolidate e definite, lo stesso patriottismo che aveva portato Carlo Filangieri, quando aveva prestato servizio nell’esercito napoleonico, a sfidare per ben due volte a duello degli ufficiali francesi che si erano permessi di sbeffeggiare e deridere le virtù militari dei soldati dell’amata terra natia duosiciliana.
2. La seconda parte del lavoro di Di Fiore, dal titolo “La difesa della memoria”, è pervasa dal senso di rammarico, che serpeggiava anche nello spirito di liberali antiborbonici, per come la dignità di quella che sentivano essere stata la loro Patria, dopo l’unificazione politica della Penisola venne sistematicamente calpestata dalla protervia dei nuovi padroni. Enrico Cenni, di Vallo Della Lucania – figlio di una terra aspra da cui nascono fiori rari e superbi – che pur era stato vicino ad ambienti liberali, dopo l’unità d’Italia ebbe a dire:

“Ha nuociuto grandemente la supremazia che il Piemonte ha senza fondamento voluto arrogarsi su tutte le altre stirpi italiane”.

Si parla quindi delle banche, dei debiti e della situazione finanziaria degli Stati del Regno di Sardegna e del Regno delle Due Sicilie, dell’industria meridionale smantellata.
3. La terza ed ultima parte del libro di Di Fiore, dal titolo “Ieri e oggi”, è la storia dell’emancipazione morale dei “napoletani”, della riconquista della propria dignità attraverso il processo di riappropriazione del proprio passato e finalmente l’acquisizione di consapevolezza, il salto irreversibile verso una nuova percezione del mondo, degli avvenimenti e della storia umana per una sua riscrittura. La narrazione della terza parte del libro inizia dal racconto dei pregiudizi nutriti dai Piemontesi, alimentati dal livore di cui erano intrisi i resoconti degli esuli napoletani – primi e più spietati detrattori dei meridionali(3) – che avevano descritto a tinte fosche il Regno delle Due Sicilie dal quale erano scappati. La diffidenza verso i meridionali, che a volte diventava vero e proprio disprezzo, permaneva anche in seno agli organi rappresentativi post-unitari dove si nutrivano forti dubbi sulle capacità dei deputati eletti nella Bassa Italia. La narrazione della terza parte de “La Nazione Napoletana” prosegue sino ad arrivare al processo catartico di emancipazione da tali lacciuoli ideologici che hanno irretito per centocinquant’anni gli Italiani della Bassa Italia. Si ripercorrono, dunque, le vicende della nascita del movimento neoborbonico nel 1993, con Gennaro De Crescenzo e Riccardo Pazzaglia(4). Si prosegue a descrivere l’evoluzione del movimento neoborbonico e la galassia di organizzazioni, di movimenti, di gruppi, il fermento editoriale che si è avuto su questo tema.
Sembra finalmente di udire i rintocchi delle campane nella parte finale de “La notte sul Monte calvo” di Musorgskij, quando il sorgere della luce del sole scioglie la riunione notturna delle streghe riunite nel sabba.

“La Nazione Napoletana” chiude un cerchio e fornisce una spiegazione ad atteggiamenti e comportamenti che rischierebbero di restare incomprensibili. Rappresenta il senso di tutto ciò che è accaduto, dove si possono rinvenire le motivazioni che spinsero tanti patrioti duosiliciani a combattere strenuamente per la difesa della propria Patria e dei propri sovrani. E’ la chiave di volta per comprendere le motivazioni di quegli uomini e per potersi identificare in chi, da quella guerra per la sorpravvivenza, uscì sconfitto e perciò destinato ad essere sepolto nell’oblio, divenendo argomento inconfessabile, da escludere dalla pomposa retorica della narrazione ufficiale del Risorgimento.

Affermare di aver letto il libro di Di Fiore è limitativo. Nel testo si aprono innumerevoli rivoli, il discorso si dipana in ramificazioni che si insinuano in ogni meandro del pensiero del lettore, soprattutto se questi percepisce come propria la storia del Regno delle Due Sicilie.
Di solito si legge un libro per cercare le risposte ai propri interrogativi. Questo lavoro di Di Fiore si spinge più in là. Ha il pregio di porre nuove domande, mettendo a fuoco una visione del mondo fino ad adesso solo immaginata, magari intuita o sperata, ma che nel testo emerge con l’evidenza della prova documentale, con la forza dell’attendibilità delle fonti.
Diceva Heidegger che l’opera d’arte conserva in sé una riserva di significato e chi la contempla non riesce mai completamente a possederla. Ecco, credo che il libro di Di Fiore possegga questa caratteristica. Lo si legge ma non lo si riesce a fare proprio perché tante e innumerevoli sono le direzioni che assume il pensiero del lettore, le suggestioni, i richiami ad una narrazione alternativa dei fatti del Risorgimento, quella “controstoria” che ormai ha preso piede e sta divenendo patrimonio condiviso da parte di chi sente come proprie le vicende che segnarono gli ultimi mesi di vita del Regno delle Due Sicilie. Si sente l’esigenza di leggerlo più volte perché, ad ogni lettura, il testo è in grado di suscitare suggestioni nuove, di aprire orizzonti inediti.
La Nazione Napoletana proietta il lettore in una dimensione alternativa, dove il mondo e la storia sembrano a tratti capovolti. Ciò che era considerato affascinante e romantico diventa crudo ed a tratti volgare, ciò che appariva residuo farsesco di un mondo arcaico assurge a dignità di epopea in cui vengono narrate le gesta di nobili eroi che scelgono di combattere nonostante tutto, anche se il destino è ormai segnato.
L’ultima cosa da sottolineare, ma non meno importante, è che il libro è scritto benissimo. Il testo scorre con naturalezza e la lettura procede spedita e piacevole perché l’Autore, oltre ad essere un grande saggista ed uno storico puntiglioso, è anche un valente scrittore, capace di dar corso ad una narrazione appassionante, ad una prosa coinvolgente e fluida anche se asciutta, non rinunciando alla necessaria sobrietà per attenersi scrupolosamente al criterio imprescindibile di documentare ogni affermazione, il rispetto del quale è doveroso per ogni rigorosa esposizione di un lavoro di ricerca storico-scientifica.

Nel libro, infine, si parla anche di Pontelandolfo. Da p. 271 a p. 274, nell’Appendice alla Parte Seconda, l’Autore riserva grande spazio alle nuove verità che stanno emergendo in relazione all’Eccidio di Pontelandolfo e Casalduni, soprattutto derivanti delle interviste ad Antimo Albini, che ha effettuato ricerche approfondite negli archivi parrocchiali di Pontelandolfo, ed a Gabriele Palladino, che ha ricostruito il momento in cui fu scoperto il cumulo di cadaveri nella cripta della chiesa dell’Annunziata. Sia Antimo Albini che Gabriele Palladino sono membri dell’Associazione Pontelandolfo Città Martire

Note:
(1) Non è da escludere che la massoneria sia servita come tramite attraverso il quale Cavour poté stabilire contatti con gli ufficiali dell’esercito e della marina del Regno delle Due Sicilie. E’ plausibile, infatti, che la struttura portante della società segreta – diffusasi a Napoli soprattutto per opera degli ufficiali muratiani (Civiltà Cattolica, Anno 55° – 1904, VOL. I., p. 40) ma vietata in tutti in tutti gli Stati preunitari dopo la Restaurazione perché troppo vicina a Napoleone – negli anni dell’unificazione politica della Penisola fosse ancora in piedi anche se non ufficialmente e tanti ufficiali borbonici fossero contigui od organici ad essa (NAPOLEONE, CAVOUR E GARIBALDI: ECCO COME LA MASSONERIA INTERVENNE IN ITALIA, Massimo Introvigne, BastaBugie n.171 del 17 dicembre 2010; fonte: Fonte: La Bussola Quotidiana, 11-12-2010
http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=1512 ).

(2) Ad esempio, riportiamo il testo di un libro di storia del giugno 2013 destinato al secondo anno della scuola secondaria di primo grado:

“A Teano il 26 ottobre 1860 Vittorio Emanuele II incontrò Garibaldi che gli consegnò formalmente i territori conquistati e si ritirò a Caprera.
Il Primo Parlamento Nazionale si riunì a Torino il 17 marzo 1861 e con l’espressione ‘per grazia di Dio e volontà della nazione’ Vittorio Emanuele II fu proclamato re d’Italia.”

di Leonetti Elisabetta, ‘Storia C3, L’età moderna’, p. 165. Il libro può essere scaricato gratuitamente da

Storia C3, L’età moderna


Il testo rientra nella lodevole iniziativa volta a fornire manuali gratuiti agli studenti, liberamente scaricabili e – secondo i termini della licenza – anche, tra l’altro, modificabili (meglio sarebbe suggerire modifiche all’Autore).

(3) Allo stesso modo in cui, negli ultimi decenni, i più acerrimi leghisti sono i figli degli emigranti meridionali, come Gigi Di Fiore non ha mancato di ribadire alla presentazione del suo libro ad Ariano Irpino, il 23 agosto 2015.

(4) Riccardo Pazzaglia, insieme al regista Pasquale Squitieri, nel 1998 prese parte alla presentazione del libro di Gigi Di Fiore “1861, Pontelandolfo e Casalduni un massacro dimenticato”, che si tenne nel circolo della stampa di Napoli (Gigi Di Fiore, “La fiction su Modugno, Pazzaglia neoborbonico, lo sceneggiato di Alianello e la storia del Sud”, dal blog “Controstorie”, www.ilmattino.it )